Ci sono persone di cui fai fatica a immaginare l’assenza.
Per noi don Antonio era una di quelle.
Per tanti anni è stato una presenza discreta e forte. Arrivava, osservava, ascoltava, faceva una domanda, lasciava un’intuizione, qualche volta una provocazione. Poi ripartiva. Ma, in qualche modo, rimaneva sempre con noi.
Non amava le celebrazioni. Amava i ragazzi. Quelli più inquieti, più fragili, più difficili. Li chiamava “i miei scartini”, con un sorriso che sapeva già vedere oltre le loro ferite.
Negli ultimi anni parlava spesso del futuro. Degli adolescenti. Degli educatori. Ci chiedeva di non accontentarci di custodire ciò che era stato costruito, ma di avere il coraggio di immaginare strade nuove. Aveva novantasei anni e continuava a pensare ai ragazzi che sarebbero arrivati domani.
In queste ore tanti stanno ricordando il fondatore di Exodus, il sacerdote, il comunicatore, l’uomo che ha dato voce agli ultimi.
Noi vogliamo ricordare semplicemente il don.
Quello che entrava in comunità e voleva sapere come stavano i ragazzi. Quello che ci invitava ad aprire le porte, a uscire, a incontrare il territorio. Quello che non si stancava mai di ripeterci che un educatore deve continuare a imparare, fino all’ultimo giorno.
Oggi il vuoto è grande.
Ma ancora più grande è la strada che ci ha indicato.
Una strada fatta di relazioni vere, di fiducia ostinata, di mani sporche di vita, di giovani da incontrare e di persone da amare senza etichette.
È la strada che continueremo a percorrere.
Buona strada, don.
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