Da molti anni incontro persone che lottano contro una dipendenza. Ragazzi, adulti, famiglie intere. E ogni volta mi colpisce la stessa cosa: non ho mai conosciuto qualcuno che abbia scelto di diventare dipendente.
Ho conosciuto invece persone che cercavano qualcosa.
Cercavano un po’ di felicità. Un posto dove sentirsi accolte. Una risposta al dolore. Un modo per tacitare l’ansia, la solitudine, la paura. Cercavano una via d’uscita e hanno imboccato una strada che, lentamente, è diventata una prigione.
Per questo faccio sempre più fatica ad accettare una lettura delle dipendenze che scarica tutta la responsabilità sulle singole persone. Certo, ognuno resta responsabile delle proprie scelte. Ma sarebbe ingenuo ignorare ciò che accade intorno a noi.
Nei giorni scorsi ho letto una riflessione pubblicata da Vita che riprende una ricerca internazionale dell’Università di Bath. La tesi è interessante e, a mio avviso, merita di essere approfondita: il problema non è soltanto la sostanza o il comportamento che genera dipendenza, ma anche il modello economico e commerciale che incentiva quel consumo e ne trae profitto.
È una riflessione nata dallo studio delle politiche sulla cannabis in diversi Paesi del mondo, ma che può essere estesa a molte altre realtà. I ricercatori hanno osservato che i danni aumentano soprattutto quando il mercato viene organizzato secondo logiche di profitto, con prodotti sempre più accessibili, maggiore pressione commerciale e una progressiva normalizzazione dei consumi.
A quel punto mi sono posto una domanda molto semplice.
Se qualcuno guadagna dalla dipendenza di un altro, siamo davvero sicuri che la tutela della persona sia la priorità?
È una domanda che riguarda il gioco d’azzardo, certamente. Ma riguarda anche molte altre forme di dipendenza che caratterizzano il nostro tempo. Viviamo in una società che investe enormi risorse per catturare la nostra attenzione, per prolungare il nostro tempo di esposizione, per trasformare i nostri desideri in consumo permanente.
Non c’è nulla di scandaloso nel mercato. Il mercato è uno strumento. La domanda è quale obiettivo gli affidiamo.
Quando la salute delle persone entra in conflitto con il profitto, da che parte decidiamo di stare?
L’articolo che ho letto ricorda come spesso il percorso sia sempre lo stesso: prima si allarga il mercato, poi emergono i problemi, infine si tenta di intervenire con regole che arrivano quando i danni sono già evidenti.
È una dinamica che dovremmo osservare con maggiore attenzione.
Perché una società matura non si limita a curare le ferite. Cerca anche di capire come quelle ferite si generano.
Da educatore ho imparato che dietro ogni dipendenza c’è quasi sempre una domanda umana che non ha trovato risposta. C’è una fragilità che cerca ascolto. C’è una sofferenza che cerca un nome. C’è un vuoto che qualcuno prova a riempire.
Per questo non credo che la risposta possa essere soltanto sanitaria o repressiva.
La risposta è anche educativa.
Abbiamo bisogno di più comunità, più relazioni, più luoghi di incontro, più sport, più cultura, più adulti credibili capaci di accompagnare i giovani. Abbiamo bisogno di una società che investa sulla libertà delle persone almeno quanto altri investono sulle loro fragilità.
La vera sfida, infatti, non è soltanto aiutare qualcuno a uscire da una dipendenza.
La vera sfida è costruire un mondo in cui sia sempre più difficile trasformare la fragilità umana in un affare economico.
Perché una comunità giusta non si misura da quanto guadagna dalle debolezze delle persone.
Si misura da quanto investe nella loro libertà.
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