Dipendenze, Sant’Egidio ed Exodus insieme per costruire “avamposti di speranza”
Ci sono convegni che finiscono quando si spengono i microfoni. E poi ci sono incontri che continuano a lavorarti dentro anche nei giorni successivi. “Avamposti di Speranza – Lavoro sociale e dipendenze: costruire insieme strategie nuove”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Fondazione Exodus Don Antonio Mazzi ETS in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droghe, appartiene certamente alla seconda categoria.
Entrando nella Casa dell’Amicizia a Trastevere, si percepiva fin dall’inizio qualcosa di diverso: il desiderio di mettere in comune esperienze, domande, fatiche e tentativi, senza nascondersi dietro i ruoli o le appartenenze.
In un tempo in cui tutti sembrano avere risposte pronte, noi abbiamo provato a partire dalle domande.
Le dipendenze, infatti, stanno cambiando volto con una velocità impressionante. Accanto all’uso di sostanze tradizionali assistiamo alla diffusione di nuove forme di dipendenza che coinvolgono sempre più persone e sempre più giovani: gioco d’azzardo, gaming compulsivo, utilizzo problematico dei social media, consumo incontrollato di contenuti digitali. Fenomeni diversi tra loro ma spesso accomunati dalla stessa fragilità di fondo: la solitudine, il disagio relazionale, la difficoltà di trovare un senso e un’appartenenza.
Per questo motivo abbiamo sentito il bisogno di interrogarci su ciò che accade prima ancora dell’arrivo ai servizi.
Molte persone non arrivano mai a chiedere aiuto.
Altre vi arrivano quando il problema è già diventato profondo e strutturato.
E allora la domanda diventa inevitabile: come intercettare prima il disagio? Come costruire relazioni capaci di prevenire anziché limitarsi a curare? Come raggiungere chi vive ai margini, chi è solo, chi ha smesso perfino di credere nella possibilità di cambiare?
Sono le stesse domande che, ormai da oltre due anni, accompagnano il lavoro dello Sportello di ascolto e orientamento nato dalla collaborazione tra Comunità di Sant’Egidio e Fondazione Exodus presso la Casa dell’Amicizia.
Un’esperienza che ci ha insegnato una lezione molto semplice: la prossimità funziona.
Funziona quando le persone non vengono cercate soltanto negli uffici o nei servizi specialistici, ma incontrate nei luoghi della loro vita quotidiana. Funziona quando qualcuno si prende il tempo di ascoltare prima di giudicare. Funziona quando la relazione diventa il ponte che permette di accedere alle cure, ai percorsi terapeutici e alle opportunità di cambiamento.
In questi anni abbiamo visto nascere percorsi che forse nessuno avrebbe immaginato. Persone che sembravano aver perso ogni prospettiva hanno ritrovato una possibilità. Uomini e donne intrappolati nella dipendenza da droga o alcol hanno ricominciato a costruire un futuro.
Non grazie a una formula magica.
Ma grazie all’incontro tra persone, servizi, comunità e operatori che hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte.
Tra i momenti più significativi della giornata ci sono state le testimonianze di alcuni giovani adulti accolti nella comunità terapeutica Exodus di Cassino. Chi lavora nel sociale sa bene che spesso le testimonianze hanno più forza di qualsiasi relazione tecnica. Perché ricordano a tutti noi che dietro parole come dipendenza, prevenzione, marginalità o reinserimento esistono volti concreti, storie vere e vite che possono cambiare.
Forse è proprio questo il significato dell’espressione “avamposti di speranza”.
Gli avamposti sono luoghi di frontiera. Luoghi che non aspettano che il problema arrivi, ma vanno incontro alle persone. Luoghi che non si limitano a gestire l’emergenza, ma cercano di costruire relazioni. Luoghi in cui il lavoro sociale non si chiude dentro i propri confini ma si apre alla collaborazione.
Perché una delle convinzioni emerse con maggiore chiarezza durante l’incontro è che nessuno, oggi, può affrontare da solo la complessità delle dipendenze.
Né il servizio pubblico.
Né il privato sociale.
Né le comunità terapeutiche.
Né il mondo del volontariato.
Le sfide che abbiamo davanti chiedono una capacità nuova di lavorare insieme, di costruire reti stabili e di immaginare percorsi condivisi. Non per moltiplicare i tavoli di confronto, ma per offrire risposte più efficaci alle persone che incontriamo ogni giorno.
Alla fine della mattinata è rimasta una sensazione positiva, rara di questi tempi: quella di aver iniziato qualcosa di importante.
Per questo il ringraziamento va a tutti coloro che hanno partecipato, ascoltato, raccontato la propria esperienza e condiviso il proprio lavoro. E, come si dice in questi casi, buona la prima.
L’auspicio è che questa non resti un’iniziativa isolata ma diventi un appuntamento stabile. Perché le dipendenze non si combattono con le dichiarazioni di principio, ma con relazioni, presenza e collaborazione. Passo dopo passo. Insieme. Provando a non lasciare indietro nessuno.

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