Buona strada, don!

Buona strada, don!

Ci sono persone di cui fai fatica a immaginare l’assenza.

Per noi don Antonio era una di quelle.

Per tanti anni è stato una presenza discreta e forte. Arrivava, osservava, ascoltava, faceva una domanda, lasciava un’intuizione, qualche volta una provocazione. Poi ripartiva. Ma, in qualche modo, rimaneva sempre con noi.

Non amava le celebrazioni. Amava i ragazzi. Quelli più inquieti, più fragili, più difficili. Li chiamava “i miei scartini”, con un sorriso che sapeva già vedere oltre le loro ferite.

Negli ultimi anni parlava spesso del futuro. Degli adolescenti. Degli educatori. Ci chiedeva di non accontentarci di custodire ciò che era stato costruito, ma di avere il coraggio di immaginare strade nuove. Aveva novantasei anni e continuava a pensare ai ragazzi che sarebbero arrivati domani.

In queste ore tanti stanno ricordando il fondatore di Exodus, il sacerdote, il comunicatore, l’uomo che ha dato voce agli ultimi.

Noi vogliamo ricordare semplicemente il don.

Quello che entrava in comunità e voleva sapere come stavano i ragazzi. Quello che ci invitava ad aprire le porte, a uscire, a incontrare il territorio. Quello che non si stancava mai di ripeterci che un educatore deve continuare a imparare, fino all’ultimo giorno.

Oggi il vuoto è grande.

Ma ancora più grande è la strada che ci ha indicato.

Una strada fatta di relazioni vere, di fiducia ostinata, di mani sporche di vita, di giovani da incontrare e di persone da amare senza etichette.

È la strada che continueremo a percorrere.

Buona strada, don.

Avamposti di speranza

Avamposti di speranza

Le dipendenze cambiano volto, si diffondono tra i giovani e raggiungono sempre più spesso le persone più fragili e marginali. Per questo non basta intervenire quando il problema è già esploso: occorre costruire relazioni, ascolto e prossimità capaci di intercettare il disagio prima che diventi emergenza. Dall’incontro “Avamposti di Speranza”, promosso da Comunità di Sant’Egidio e Fondazione Exodus, emerge una convinzione semplice ma decisiva: nessuno può affrontare da solo la complessità delle dipendenze. Servono reti più forti, comunità più presenti e una collaborazione sempre più concreta tra pubblico, privato sociale e volontariato.

Dipendenze, è ora di cambiare passo

Dipendenze, è ora di cambiare passo

Conferenza nazionale sulle dipendenze:

A pochi giorni dalla chiusura della Conferenza nazionale sulle dipendenze, resta la sensazione di un evento che ha segnato un punto di svolta.
Per la prima volta dopo molti anni, istituzioni e operatori hanno condiviso la stessa consapevolezza: il sistema attuale non basta più.

Abbiamo una legge — il DPR 309 del 1990 — che ha ormai trentacinque anni. È nata in un contesto dominato dall’emergenza eroina, ma oggi la realtà è completamente diversa: nuove sostanze, nuove forme di dipendenza, nuove fragilità.
Eppure, i meccanismi di presa in carico e cura sono rimasti sostanzialmente gli stessi.

Il vero problema non è solo quanti accedono ai servizi, ma quanto tempo passa prima che questo avvenga.
Tra l’insorgenza del problema e l’inizio del trattamento passano spesso otto o dieci anni. Un tempo lunghissimo, in cui le persone e le famiglie si consumano nella solitudine.
Serve un cambio di paradigma: abbattere il tempo di latenza, creare sistemi diversi e innovativi di presa in carico, capaci di raggiungere chi oggi è lontano dai servizi — giovani, lavoratori, professionisti, persone che non si riconoscono nell’immagine tradizionale della dipendenza.

Questo significa ripensare il modo in cui il sistema si avvicina alle persone, costruendo una rete territoriale fatta di luoghi di prossimità: centri di ascolto, sportelli comunali, scuole, parrocchie, comunità, unità di strada.
Ogni spazio può diventare un punto di contatto, un’occasione per intercettare un disagio e trasformarlo in domanda di aiuto.

Allo stesso tempo, è indispensabile riconoscere il ruolo del privato sociale accreditato, che da decenni affianca i servizi pubblici offrendo non solo cura, ma anche accompagnamento educativo, formazione e reinserimento lavorativo.
Le comunità terapeutiche non sono luoghi di custodia: sono laboratori di vita, dove la relazione diventa parte integrante del processo di cura.

L’appello emerso da questa Conferenza è chiaro: serve una riforma strutturale del sistema, capace di dare coerenza, continuità e risorse a un lavoro che ogni giorno migliaia di operatori portano avanti con passione e competenza.
Una riforma che rimetta al centro la persona, e che consideri la dipendenza non solo come problema sanitario, ma come espressione di una fragilità umana, sociale e relazionale.

Il Presidente Mattarella ha parlato di “impegno corale”.
Il Papa ha ricordato che nessuno deve sentirsi solo.
Ecco, se da questa Conferenza resterà almeno questo spirito di unità e responsabilità condivisa, allora potremo dire che qualcosa si è mosso davvero.

Ma la strada è ancora lunga: per trasformare gli slogan in scelte, servirà il coraggio di scrivere una nuova legge sulle dipendenze, più giusta, più moderna, più vicina alle persone.

La persona al centro

La persona al centro

Con Basaglia abbiamo imparato a mettere al centro la persona e non la malattia.
È stata una rivoluzione culturale e civile che ha cambiato per sempre il modo di intendere la cura.

Ma oggi la domanda è un’altra:
riusciremo un giorno a parlare di giustizia mettendo al centro la persona e non l’esecuzione della pena?

Perché il confine tra salute e giustizia attraversa le vite di tante persone fragili, e troppo spesso segna la differenza tra chi può essere accompagnato e chi invece viene solo controllato.
In un tempo in cui si parla tanto di sicurezza, dovremmo avere il coraggio di parlare anche di dignità, di relazione, di possibilità.

Serve una nuova alleanza tra chi cura e chi giudica.
Tra salute e giustizia.
Tra le istituzioni e le comunità che ogni giorno lavorano per restituire dignità a chi l’ha perduta.

Solo così potremo costruire percorsi di vera riabilitazione, dove la pena non soffoca la cura e la cura non si ferma davanti alla pena.

Nella Giornata Mondiale della Salute Mentale, ho partecipato al seminario “Salute mentale e carcere”, promosso dal Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 1 insieme al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (GNPL).
Un’occasione importante di confronto tra operatori sanitari, magistrati, garanti e comunità terapeutiche.

Perché la salute mentale non è un tema confinato ai reparti o ai servizi: è un tema che riguarda la società intera, la qualità delle sue istituzioni, la sua capacità di essere giusta e umana insieme.

E allora, tornando a Basaglia, la sfida resta sempre la stessa:
mettere al centro la persona.
Non la malattia.
Non la pena.
La persona.